• Mirko Rizzi

Giorgio Scaramuzzino

Savonese, Giorgio Scaramuzzino nel 1987 si diploma alla Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Genova. Dal 1986 entra a far parte della Compagnia del Teatro dell'Archivolto di Genova diretta da Giorgio Gallione. Partecipa in qualità di attore, regista e autore a molte produzioni sia per ragazzi che per il pubblico adulto. È attualmente responsabile del Settore Scuola ed Educazione al Teatro. Numerose le regie e le riduzioni teatrali. Ha scritto molti articoli sul teatro e l’educazione teatrale su periodici e riviste specializzate. Cura una rubrica di Teatro Ragazzi sulla rivista Andersen. È consulente alla Promozione alla Lettura presso diverse biblioteche per ragazzi.

Cosa sono per te i laboratori teatrali? Intanto dipende dal contesto. Immaginiamo che si faccia un laboratorio in un contesto educativo, come la scuola, il doposcuola, comunque in un ambito istituzionale. In questo caso fare teatro significa usare uno strumento per fini soprattutto educativi. Perché il teatro naturalmente contiene degli elementi educativi fortissimi, di grande potenzialità che non sfruttarli sarebbe stupido. Quindi il laboratorio teatrale dovrebbe seguire un percorso che abbia come binario un progetto educativo qualsiasi, perché il teatro è in grado di raggiungerlo. Obiettivi educativi dai più semplici fino ai più complessi. Sono d'accordo con te, anche a me piace fare una progettazione mirata che tenga conto dell'attività della scuola, quando qualcuno, invece, la parola "didattica" non vuole nemmeno sentirla nominare, nel senso di lab scolastico. Tu cosa ne pensi? A livello scolastico c'è un solo modo di fare Teatro, ed è quello che riguarda il lavoro sull'attore, sulla fisicità, sulla rappresentazione personale del personaggio. Non tutti riescono a farlo, perché per fare Teatro come alcuni lo vogliono fare, non basta essere esseri umani, ma bisogna avere un talento. Visto che in una classe questo talento lo possiedono in pochi, uno, due o tre al massimo, non puoi fare teatro da zero, ma devi passare da un percorso laboratoriale. Che poi si faccia uno spettacolo finale va bene, anche perché i bambini forse se lo aspettano e se ne sentono gratificati. Fa parte del percorso… Il discorso del percorso è molto interessante… quello che arriva da Stanislavsky in sù, cerca di far capire sostanzialmente chi ho davanti, la persona che ho davanti; non mi interessa se ha o meno talento. Come educatore (educare significa proprio quello, ossia tirare fuori) bisogna tirare fuori ciò che è l'individuo. Allora chi ha talento lo usa per fare teatro, chi non ce l'ha può comunque far scoprire qualcosa di sè all'educatore che poi lo userà all’interno del suo percorso educativo. Il prodotto teatrale fatto coi bambini è possibile ma è casuale, non può essere premeditato. In questo senso non riesco ad accettare il proliferare di concorsi nelle scuole che premiano per il miglior spettacolo, quello lo fai con degli attori, non con dei bambini. C'è il bambino, che dopo il laboratorio teatrale riesce a mettersi a nudo rispetto al suo essere. Il risultato di tutto questo può finire sul palcoscenico ma solo in minima parte. Tutto il resto l'educatore lo ha potuto rubare durante il laboratorio, durante gli esercizi, le improvvisazioni. Io lavoro moltissimo e quasi esclusivamente sulle improvvisazioni. Ed è quasi sempre una improvvisazione quella che va a finire in palcoscenico. Io amo dire che il laboratorio non è il fine ma un mezzo, uno strumento che si usa per fare emergere alcuni elementi dai bambini. Non è il fine proprio perché non è definibile all'inizio ciò che dal laboratorio salterà fuori, l'importante è far fare ai bambini un percorso di un certo tipo. Detto ciò in base ad un progetto educativo si può anche fare un lavoro “didattico” ovvero che tratti alcune materie o temi scolastici. Un altro aspetto sul quale il fare Teatro può essere molto utile è l'accettazione del proprio corpo, al di là dei propri limiti fisici. Cosa che non fa la danza, lo sport, la musica. Tutte quelle arti che presumono una parte mediatica, come può essere lo strumento musicale, la musica stessa, rappresentano un elemento esterno all’individuo. Il Teatro invece è proprio l'opposto, fa emergere quel qualcosa che è già dentro l'individuo e deve uscire fuori. È un meccanismo completamente diverso, quindi il risultato è sempre unico e originale, perché arriva da un essere unico e originale. Questo lavoro sulla conoscenza del proprio corpo è quindi molto importante. Ma nel fare teatro c’è uno scalino in più: lo devi anche accettare. Questa è una fase importantissima, soprattutto nei bambini molto piccoli. Ci sono molte patologie oggi, soprattutto tra gli adolescenti, che riguardano questo questo argomento. Il fare teatro può diventare anche strumento di prevenzione. Il Teatro poi favorisce la comunicazione interpersonale e perciò combatte una delle grandi malattie che anche in Europa si sta affacciando in modo prepotente: l’isolamento. Attraverso la comunicazione teatrale il bambino capisce l’importanza e la bellezza della comunicazione interpersonale. L'ascolto e la comunicazione sono elementi fondamentali nella comunicazione teatrale, facilitano il recupero dei tempi e degli spazi che la comunicazione mediata sta riducendo drasticamente. Il Teatro può affrontare queste problematiche con grande forza. In sintesi la funzione dell’operatore teatrale, secondo me, dovrebbe essere questa: far conoscere le grammatiche teatrali in funzione di un percorso educativo. Questo è il suo lavoro. Per dieci minuti di spettacolo, durante il laboratorio teatrale, abbiamo lavorato decine e decine di ore su Marco, Filippo, Giovanni per strappare alcune informazioni che potessero essere utili a loro e regalando una grammatica teatrale. È per questo che l'operatore teatrale che opera con l’infanzia e i ragazzi, oltre ad essere preparato teatralmente, deve avere una sensibilità diversa. Non tutti i bambini arrivano ad auto-denunciarsi nello stesso momento e spesso l'operatore non ha questa sensibilità. E' vero che nessuno te la insegna, ma dopo un po' la impari, e soprattutto, cosa davvero obbligatoria, non è tenuto a risolvere i problemi educativi e sociali, ma deve essere consapevole di agire all’interno di un contesto educativo. Deve capire perché i bambini non ascoltano più rispetto a dieci anni fa, cosa leggono adesso, cosa guardano alla televisione adesso, perchè non escono più di casa, che giochi fanno … Queste cose bisogna saperle perché altrimenti si parla con un linguaggio completamente diverso dal loro. Devi sapere che oggi i bambini parlano con i genitori quattro minuti al giorno e quindi hanno difficoltà a parlare con te perché non ne sono più capaci. Il Fare Teatro prevede un ascolto, che non è dato avere nella comunicazione mediata. Per esempio, il lavoro che facevo all'interno della Facoltà di Scienze della Formazione a Genova, aveva lo scopo di dare davvero ai futuri insegnanti uno strumento operativo. E farli diventare anche un po’ operatori teatrali. Quando tu dai loro queste informazioni subito, considerata la loro preparazione teorica, le traducono immediatamente in strumenti educativi. Tu gli dai una esercitazione teatrale e loro capiscono immediatamente quale utilità educativa trarne. La formazione degli insegnati è per me l'obiettivo più importante degli operatori teatrali. Il tempo che servirebbe ad un laboratorio non è mai tutto quello necessario e devi lasciare qualcosa in mano agli insegnanti. Essere formatore mi sembra più importante dell'essere operatore. Anche se ogni anno trascorro e devo trascorrere delle ore con i bambini (ovviamente divertendomi) per capire le differenze tra una generazione e l'altra, le cose che sono maturate e cambiate… Quindi leggo quello che leggono, guardo quello che guardano, perché i bambini cambiano ad una velocità spaventosa. Mi piace molto fare formazione, perché so che poi quello che regalo agli insegnanti, lo useranno davvero, come una penna. Passare tre giorni in una scuola, fare uno spettacolo e poi scappare via non ha senso e, ancor meno, un senso educativo. Io non ho conosciuto i bambini, i bambini non hanno conosciuto me. Invece in poco tempo posso dare molto agli insegnanti, che invece, passano tutto l’anno scolastico con i loro ragazzi. Tu hai un'esperienza pluri trentennale nell'ambito del Teatro. Come è cambiato il tuo modo di fare Teatro? Sì, è mutato molto, innanzitutto perché sono mutati molto i bambini. All'inizio proponevo spettacoli di un'ora e un quarto, un'ora e venti, ma ora farebbero fatica, è cambiato il tempo dell'ascolto, sono cambiate le convenzionalità. Ad esempio, molti bambini vanno a teatro pensando di vedere la televisione. Il tempo dell'ascolto è codificato, dopo un quarto d'ora pensi che ci sia la pubblicità, come in tv… è tutto diverso. E la cosa che è cambiata di più, e che io trovo pericolosissima, è la mancanza di immaginazione (ed è una cosa sulla quale sto lavorando molto anche a livello genitoriale), perché ora i ragazzi vogliono vedere subito l’immagine reale senza passare da una fase che io trovo fondamentale per la crescita dell’individuo, l’immaginazione appunto. L'altro giorno ho fatto un esperimento, ho chiesto in una classe se qualcuno sapeva cosa fossero le giuggiole. Naturalmente nessuno sapeva cosa fossero. Ma la cosa terribile è stata che nessuno si è preoccupato di sapere, c'è internet, si accende la LIM e in un secondo si sa cosa sono le giuggiole. Tutto ciò cosa significa? Significa che manca un passaggio fondamentale per costruire l'uomo, ossia quel luog magico e fondamentale che sta tra la non conoscenza e la conoscenza , cioè l'immaginazione. Tutti i grandi scienziati, prima di inventare qualcosa, se la sono prima immaginata. Sta a vedere che si può andare sulla Luna, Verne se lo è immaginato noi lo abbiamo fatto. Le giuggiole possono allora diventare bottoni della strega o ghiaccioli al caffè. Solo dopo aver immaginato scopro su internet che è un frutto. Le fiabe ti lasciavano immaginare le cose… "c'era una volta in un posto lontano"… non "c'era una volta a 15 km"… Non condanno tutto questo correre a passo da gigante, ma ricordiamoci che siamo esseri umani e che abbiamo tempi umani. E allora più strumenti dai ai bambini di immaginazione, di invenzione, di creazione, di originalità meglio è. Perché l'unica cosa originale al mondo sei tu, che non c'è uno uguale a te, e solo pescando in te trovi la cosa unica… sennò copi. Certo che un po' inconsciamente copi, ma i tempi, i colori, le sfumature sono tue. Questa per me è una urgenza. Quando ti approcci ad un gruppo nuovo quali sono le priorità nell'impostazione del lavoro? Hai visto fare cose ad altri che non faresti mai o che reputi sbagliate? Difficile che io giudichi qualcosa come sbagliato se si fa Teatro in modo serio. Sono tentativi che se sono autentici non sono mai sbagliati. Non so darti una situazione ligure, ma ad un convegno al quale ho partecipato, a Pontedera, ricordo che gli insegnati lamentavano questa improvvisazione di molti… Tornando alla tua domanda, io come prima cosa faccio sempre alcuni incontri con gli insegnanti, nei quali illustro anche con esempi pratici, cosa andrò a fare coi bambini, e per fargli capire che linguaggio parlo io, i miei obbiettivi. Desidero offrire loro una specie di vocabolario, di grammatica. Chiedo loro perché hanno scelto di fare questo tipo di percorso, se hanno un motivo o se non ce l'hanno. Coi bambini lavoro prima sull'aspetto dello spazio e poi sulla formazione di un gruppo. Poi parto. Almeno 3/4 del laboratorio è sul corpo, sulla presa di coscienza del corpo e sulla accettazione del corpo, in modo che quando arriviamo ad usare la parola diventi una parola necessaria. Prima arriva il corpo e il suo linguaggio. Faccio sempre improvvisazioni non verbali ma naturali: uno si siede, uno cammina e chiude una finestra, apre la porta… E poi gli faccio dire la parola ma quando questa è indispensabile alla comprensione e alla credibilità. Uso sempre il Gramelot, faccio formulare una frase con all'interno solo la parola Albicocca, ma per tirare fuori il sottotetto della frase. La vera motivazione per cui si dice questa battuta. C'è qualcosa che cerchi di non fare? che non capiti? La cosa che mi dispiacerebbe di più è lasciare indietro qualche persona. La grande difficoltà è fare una cosa in cui tutti siano sempre a tiro, stando attento che nessuno rimanga indietro. Rallentare quando bisogna rallentare, ma trovando il sistema di far finta di non rallentare, in modo che tutti siano lì, che abbiano capito, che nessuno sia fuori. Questo a scuola. In una scuola di Teatro invece decade l'attività educativa, lì si insegna a fare Teatro a gente che vuole fare l'attore, e serve il talento. Io su questo aspetto sono drastico e dico alla famiglia "suo figlio non può fare il Teatro". Io faccio scuola di Teatro a ragazzi che entrano con un provino, se non c'è talento non ci entrano. Il mio ruolo è molto chiaro, non sono un educatore, se devi fare quella cosa la fai o ti caccio. Sono un attore che insegna ad altri attori a lavorare. Che tipo di relazione c'è, se c'è, tra il laboratorio di Teatro e il Teatro? Il fatto di conoscere bene i bambini mi permette di avere dei tempi e delle modalità che alcuni critici di teatro o chi non è dentro le dinamiche delle scuole e dei bambini non coglie pienamente e le giudica strane. Cosa che non succede con alcuni insegnanti e i critici attenti. Il pubblico dei bambini non è un pubblico che sceglie di venire a teatro, non sceglie lo spettacolo… Quello lo fanno gli insegnanti. Questa è una cosa di cui devi tenere conto, spesso se sono più grandi vengono solo per fare casino. Se dopo dieci minuti non può guardare il cellulare va in paranoia totale, se gli dici di spegnerlo va in crisi di astinenza… Tutte questa cose devi saperle. Tra tutte le tue esperienze laboratoriali ce n'è qualcuna che ti è rimasta nel cuore? Ce n'è stata una che mi ha fatto cambiare direzione completamente… Agli inizi della mia attività di operatore non mi fidavo dei bambini e così entravo sempre nello spettacolo, come narratore o altro… Poi una volta, in uno spettacolo, quando chiesi ad un bambino che faceva un tavolo cosa volesse mangiare e lui, cambiando battuta, mi rispose "non ho fame"... Io andai in paranoia, lui no… Quell’incidente cambiò tutta la favola. Avevo insegnato ai bambini ad improvvisare, ad andare avanti, e così hanno fatto. Da quella volta pensai " ma chi se ne importa, che facciano loro lo spettacolo, che ne facciano anche uno diverso". Quella fu una svolta nella mia vita professionale. E se qualcuno vuole il copione che se lo tiri giù dal video. Dei nostri spettacoli non abbiamo mai avuto un copione scritto. Al massimo un canovaccio. Non siamo attori che devono replicare uno spettacolo, che non devono portarlo in tournée… Abbiamo fatto lo spettacolo, è stata una festa, ci siamo divertiti e durante il laboratorio abbiamo potuto conoscere i sogni dei nostri ragazzi. Non è meraviglioso?! A conclusione… vuoi regalarci un tuo esercizio? Ho scritto un libro, TUTTI GIU’ DAL PALCO, dove ci sono molti esercizi…ma questo non è presente perché l'ho inventato dopo… Si tratta di prendere uno zaino o una borsa qualsiasi, tirare fuori gli oggetti che ci sono dentro e raccontare la loro storia, dove sono stati comprati… E si vede come la storia di questi oggetti è sempre diversa, diversissima. Esiste un cortometraggio, dove una attrice ad un provino, fa questo gioco, e poi si scopre che quella non era la sua borsa ma quella dell'assistente alla regia… raccontava attraverso gli oggetti degli altri le proprie storie, per questo sembravano vere. Le storie erano vere… stava li la finzione teatrale, e mi serve per farlo capire ai bambini. Gli oggetti non sono tuoi ma la storia è tua è vera, perché è originale. Questo per me è teatro.

0 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti

Approfittando della pubblicazione del libro "L'attore specchio" intervisto il collega Luca Spadaro che fa parte come me della Scuola di Teatro Binario 7 di Monza. Attore, drammaturgo e regista, ha fon

Silvano Antonelli nasce a Ferrara il 18 settembre 1955. Nel 1974 entra a far parte della "Compagnia dei Burattini- Teatro dell'Angolo", di Giovanni Moretti. Nel 1976 è uno dei fondatori della coop

Torinese classe 1957 Corrado Deri si è formato tra la fine degli anni '70 ed i primi anni '80 con la scuola triennale di Scaglione e con i corsi condotti da Bonazzi, Cortese, Beppe e Ulla Bergamasc